E’ in corso l’esame, da parte della Commissione Europea, della richiesta di registrazione della “Pitìna”, salume tipico della montagna pordenonese, come Indicazione Geografica Protetta (IGP) ai sensi del Regolamento (UE) n. 1151/2012.
La Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, attraverso la Direzione centrale Risorse agricole, forestali e ittiche, struttura competente, ha seguito nel corso degli anni l’iter della pratica, esprimendo già nel 2012 un primo parere positivo alla richiesta di registrazione presentata dall’Associazione temporanea tra imprese per la presentazione e il riconoscimento della IGP Pitina.
Il 12 ottobre 2016 si è svolta a Maniago la riunione di pubblico accertamento, fondamentale passaggio procedimentale previsto dal Decreto Mipaaf 13 ottobre 2013 prima della trasmissione della richiesta di registrazione a Bruxelles.
A seguito dell’esito positivo della riunione di pubblico accertamento il Ministero, con decreto del 2 febbraio 2017 (pubblicato nella Gazzetta ufficiale del 21 febbraio 2017) ha disposto la protezione nazionale transitoria della denominazione “Pitina”.
Con questo atto (a livello italiano, in attesa del completamento dell'iter presso la Commissione Europea) viene riconosciuta appunto la protezione dell’indicazione geografica “Pitina”, che consente ai soli produttori che rispettino il relativo disciplinare di produzione l’uso della denominazione.
Il dossier che accompagna la richiesta di riconoscimento contiene tutti gli elementi richiesti dalla normativa e descrive in maniera approfondita la particolare modalità di produzione di questo salume.
Prodotto esclusivamente nella montagna pordenonese, in particolar modo nelle zone della Valcellina, Val Colvera e Val Tramontina, caratterizzate da un particolare microclima, seguendo in modo fedele modalità di preparazione dettate da cultura e tradizioni locali secolari, la “Pitìna” ha trovato oggi molti estimatori anche al di fuori della tradizionale zona di produzione.
La Pitina è ottenuta da un impasto di carne magra di ovino o caprino o selvaggina ungulata (capriolo, daino, cervo, camoscio) per il 70-90 per cento e pancetta o spallotto di suino per il restante 10-30 per cento.
Le carni vengono tritate e impastate con una concia costituita da una miscela di sale, pepe, aglio, vino ed erbe aromatiche (ginepro, kummel o finocchio selvatico, semi di finocchio, achillea muscata).
Dall'impasto si ottengono degli agglomerati di forma semisferica del peso di150/300 gr., che vengono ricoperti da farina di mais.
Gli agglomerati vengono sottoposti ad affumicatura con fumi derivanti da essenze di faggio, carpino o nocciolo: al termine dell'affumicatura il prodotto viene stagionato per 30 giorni minimo.
L'origine di questo prodotto trova testimonianze all'inizio del 1800 quando la necessità obbligava gli abitanti della zona a conservare le carni disossandole, speziandole ed affumicandole (pratica comune delle zone montane e del nord Europa).

Il testo consolidato del disciplinare di produzione è disponibile sul sito del Ministero delle Politiche agricole alimentari al seguente link