E’ iniziato il percorso per ottenere la registrazione della “pitìna”, salume tipico della montagna pordenonese,  come Indicazione Geografica Protetta (IGP) a livello della Commissione europea.
La Direzione centrale risorse agricole della Regione ha infatti inoltrato al Ministero il proprio parere positivo, necessario alla prosecuzione dell’iter, alla richiesta in tal senso avanzata dall’associazione temporanea di impresa, costituitasi ai sensi del regolamento comunitario n. 510/2006.
Il dossier che accompagna la richiesta di riconoscimento (relazione tecnica, documentazione storica, bozza del disciplinare di produzione) contiene tutti gli elementi richiesti dalla normativa e descrive in maniera approfondita la particolare modalità di produzione di questo gustoso salume.
Prodotto esclusivamente nella montagna pordenonese, in particolar modo nelle zone della Valcellina, Val Colvera e Val Tramontina, caratterizzate da un particolare microclima, seguendo in modo fedele modalità di preparazione dettate da cultura e tradizioni locali secolari, la “pitìna” ha trovato oggi molti estimatori anche al di fuori della tradizionale zona di produzione.
Per raggiungere l’ambito traguardo che permetterebbe una sicura affermazione di questo prodotto di nicchia e che sancirebbe il mantenimento della tipicità locale, il percorso da seguire è ancora lungo poiché si dovranno coinvolgere con esito positivo anche gli uffici ministeriali e della Commissione europea.
La determinazione dell’associazione temporanea di impresa fra i produttori della “pitìna” e la sempre maggiore conoscenza delle caratteristiche di tipicità di questo salume anche al pubblico più largo fanno sì che il raggiungimento della registrazione comunitaria sia un obiettivo a portata di mano.
 
La zona di produzione è esclusiva della Valcellina ed è ottenuta da un impasto di carne di ovino o caprino o selvaggina ungulata (capriolo, daino, cervo,camoscio, cinghiale, muflone) e pancetta di suino, affumicata e stagionata.
Le carni vengono tritate ed impastate con una concia costituita da una miscela di sale, pepe, aglio, vino ed erbe aromatiche (ginepro, finocchio selvatico, semi di finocchio, achillea muscata, maggiorana).
Dall'impasto si ottengono degli agglomerati di forma semisferica o cilindrica del peso di 250/400 gr.
Gli agglomerati vengono sottoposti ad affumicatura con fumi derivanti da essenze di faggio, carpino o nocciolo: al termine dell'affumicatura il prodotto viene stagionato per 8 giorni minimo.
L'origine di questo prodotto trova testimonianze all'inizio del 1800 quando la necessità obbligava gli abitanti della zona a conservare le carni disossandole, speziandole ed affumicandole (pratica comune delle zone montane e del nord Europa).