Il vincolo, che si estende su gran parte del territorio montano, è stato introdotto per preservare i terreni da forme d’uso che possono portare a perdite di stabilità o turbative al regime delle acque.

Il vincolo idrogeologico

Il vincolo idrogeologico è stato istituito dal R.D. 3267 del 1923 (Legge Serpieri). Già all’epoca era noto il ruolo della copertura vegetale e, soprattutto, forestale  nella protezione del territorio. Il vincolo, che si estende su gran parte del territorio montano, impone una gestione del territorio volta a preservare i terreni da forme d’uso tali da far loro “subire con danno pubblico denudazioni, perdite di stabilità o turbative al regime delle acque” (art. 1).

La normativa prevede pertanto che per qualsiasi intervento comportante trasformazione di coltura, nonché trasformazione urbanistica, edilizia e di uso del suolo, l’interessato debba preventivamente acquisire l’autorizzazione in deroga al vincolo idrogeologico. Essa viene rilasciata dall’Amministrazione forestale (ed in particolare dall’Ispettorato Agricoltura e Foreste competente per territorio) e contiene tutte le prescrizioni volte prevenire e a mitigare i danni di cui sopra.

Il vincolo idrogeologico nella regione Friuli Venezia Giulia è attualmente normato dalla Legge regionale 9/2007 “Norme in materia di risorse forestali “ (art. da 47 a 53) dal Regolamento forestale, emanato con Decreto del Presidente della Regione del 12 febbraio 2003, n. 032/Pres. e riguarda complessivamente 380.403 ha

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La "fragilità territoriale"

Convenzione Studio con il Dipartimento di Scienze Agrarie ed Ambientali dell’Università di Udine

A distanza di quasi 100 anni lo strumento del vincolo rimane certamente attuale negli intenti poiché sono frequenti le richieste di trasformazione d’uso del territorio, legate all’espansione degli insediamenti, all’uso turistico e ricreativo ed alle molteplici attività umane nel bosco, che richiedono un’attenta valutazione. Tuttavia, nella sua pratica applicazione, esso risente delle mutate condizioni socioeconomiche e, soprattutto, delle grandi trasformazioni avvenute negli strumenti di conoscenza ed analisi del territorio.
La collaborazione tra il Servizio gestione forestale e produzione legnosa e l’Università di Udine ha consentito di mettere a punto uno strumento software, su base GIS, capace di definire quantitativamente il ruolo specifico che la vegetazione, nelle sue diverse forme, esercita sulla protezione del territorio in termini di stabilizzazione dei pendii e regimazione dei deflussi, in relazione al diverso peso che le componenti morfologiche, geologiche e climatiche assumono localmente e territorialmente. L’utilizzo di tale strumento consente una classificazione del territorio in base ad un parametro di “fragilità”, quantificando, punto per punto, la funzione attiva della vegetazione esistente sulla protezione del territorio. Una mappa così ottenuta costituisce una base oggettiva per una eventuale riperimetrazione delle aree da sottoporre a vincolo idrogeologico ed è, in ogni caso, uno strumento di ausilio nelle procedure autorizzative per i mutamenti d’uso del suolo.

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I suoli forestali del Friuli Venezia Giulia

Il Friuli Venezia Giulia presenta una eterogeneità di substrati litologici abbastanza rilevante, ma per chiarezza e semplicità si propone un raggruppamento in due categorie principali che si differenziano per l’attitudine a originare tipi di suoli con sostanziali differenze fisico-chimiche: i substrati carbonatico-gessosi e quelli silicatici.

Substrati carbonatico-gessosi
Si possono distinguere in 4 gruppi:

  • Gruppo dei substrati calcarei. Comprende tutte le formazioni calcaree compatte, massicce o stratificate, i conglomerati e le brecce di natura calcarea. La permeabilità primaria è piuttosto bassa, quella secondaria è per fratturazione e soprattutto per soluzione in seguito a fenomeni di carsismo che sono piuttosto diffusi. L’alterabilità è piuttosto bassa. La stabilità è generalmente buona anche se possono dar luogo a frane per crollo e/o ribaltamento. Sono compresi in questo gruppo i calcari paleozoici (calcari di scogliera del Devonico e nodulari del Gotlandiano) ed i calcari del Mesozoico
     
  • Gruppo dei substrati dolomitici. Vi sono compresi le dolomie, le dolomie calcaree e i calcari dolomitici. La permeabilità è minore rispetto ai substrati calcarei, come minore è l’alterabilità e conseguentemente la propensione a formare suoli forestali. La stabilità, funzionalmente al grado di fratturazione, è ottima o buona. Fanno parte di questo gruppo la Dolomia dello Schlern, la Dolomia Principale e le dolomie e calcari dolomitici dell’Anisico.
     
  • Gruppo dei substrati gessosi. È costituito da formazioni gessose (Formazione a Bellerophon, gessi del Raibliano) e dolomie vacuolari (Formazione di Lusnizza). Si tratta di substrati facilmente alterabili; i minerali costituenti vengono velocemente dilavati dai versanti, dando luogo a suoli primitivi sui versanti e a suoli potenti e fertili alla loro base. La stabilità è sempre scadente.
  • Gruppo dei substrati sciolti. Si caratterizza per la mancanza di cementazione. Comprende detriti di falda, coni di deiezione, accumuli di frana, alluvioni attuali e terrazzate, sedimenti fluviali, depositi glaciali. Il materiale d’origine, essendo principalmente di natura calcareo-dolomitica, ha indotto ad inserire questo gruppo tra i substrati di tipo carbonatico. Il substrato sciolto è caratterizzato da  permeabilità ed alterabilità piuttosto elevate.


Substrati silicatici
Nonostante i litotipi siano caratterizzati dalla riduzione notevole del contenuto di carbonati piuttosto che dalla comparsa della silice, come avviene invece nel settore centrale e orientale della catena Alpina, per semplicità si è deciso di includere i litotipi non carbonatici della regione nell'ampia categoria dei substrati silicatici. Si dividono nei seguenti gruppi:
 

  • Gruppo dei substrati vulcanici. Comprendono le Vulcaniti acide di Riofreddo e le rocce vulcaniche basiche della Formazione del Dimon. La permeabilità primaria è molto bassa; quella secondaria dipende dal grado di fessurazione. La stabilità è generalmente buona.
     
  • Gruppo dei substrati flyschoidi del Cenozoico. Sono costituiti da una mescolanza tra arenarie e marne (Flysch eocenico), con intercalazioni di banchi calcarenitici (la tipica “pietra piasentina”). Sono poco permeabili, da ciò deriva una elevata attitudine alla formazione di suoli forestali, marcatamente acidi e moderatamente aridi dove prevale la componente arenacea. La stabilità è bassa o scadente.
     
  • Gruppo dei substrati arenacei del Mesozoico. Producono suoli fertili e con buone caratteristiche chimico-fisiche. La stabilità è buona dove prevalgono le arenarie e scadente dove affiorano le argilliti. Appartengono a questo gruppo la Formazione di Werfen, Formazione di Buchenstein e Wengen e simili litotipi del Raibliano.
     
  • Gruppo dei substrati flyschoidi del Paleozoico. Sono tipici della parte più settentrionale della regione (Alpi Carniche). Il litotipo arenaceo-argilloso con intercalazioni calcaree presenta una bassa permeabilità, soprattutto dove prevale la componente argillosa, mentre l'alterabilità è abbastanza elevata. Danno origine a suoli mediamente profondi, frequentemente acidi e, in questo caso, con una debole connotazione arida. La stabilità complessivamente è bassa.

     

 

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