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Cooperazione internazionale e allo sviluppo

13.02.19

Progetto "Diamo un futuro agli yazidi": contributo innovativo all'infanzia

Si è svolta nei giorni scorsi a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, la missione sul campo del progetto “Diamo un futuro agli Yazidi!”, che vede la partecipazione dell'Università di Trieste, Dipartimento di Scienze della Vita, Unità di Psicologia come soggetto attuatore di una iniziativa promossa dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia nell'ambito dei finanziamenti previsti dalla legge regionale 19/2000.
Si tratta di un progetto pluriennale che si propone di dare un contributo alle attività di supporto psico-sociale avviate per le migliaia di sfollati e rifugiati vittime delle diverse guerre e delle violenze avvenute nell’area negli ultimi anni, in particolare donne e bambini yazidi.
La missione appena conclusa si è concentrata sul lavoro con i bambini, cercando di dare un contributo innovativo all'emergenza internazionale della cosiddetta "generazione perduta", così come viene definita dalla campagna Unicef "#NoLostGeneration", che promuove il sostegno all'istruzione per gli oltre 4 milioni di bambini in Siria e i 500 mila in Iraq rimasti senza la possibilità di un'educazione scolastica a causa della guerra.
Il Kurdistan iracheno ospita circa 100 mila persone tra rifugiati e sfollati, e il progetto “ Diamo un futuro agli Yazidi!” ha sviluppato le proprie attività in due principali aree dove operano i professionisti triestini: nella periferia di Erbil, dove i campi profughi ospitano rifugiati della guerra in Siria e sfollati dell’area di Sinjar dopo l’attacco dell’ISIS del 2014 e della più recente crisi di Mosul; e nell'area di Duhok, dove maggiormente si concentrano gli Yazidi e dove si trovano i maggiori campi sfollati, tra cui quelli di Khanke, Bajid Kandala, alcuni dei quali raggiungono le 24 mila persone ciascuno.
In questi anni, a partire dal febbraio 2017, il progetto ha costruito una solida rete di rapporti grazie alla collaborazione con organizzazioni non governative di lunghissima presenza in Iraq, come Terre des Hommes, e con le associazioni locali yazide, e attraverso queste ha inserito le sue attività in interventi di grandi dimensioni delle più importanti realtà delle agenzie internazionali impegnate sul campo - dall'Unicef, ad IOM.
Tra gli obiettivi più importanti e innovativi del progetto, nato per occuparsi di donne e bambini vittime dell'Isis – e che lavora con Yazidi ma anche con minoranze cristiane e altri rifugiati dalla Siria - c'è quello di aver orientato il proprio intervento in una prospettiva a lungo termine, puntando sulla formazione degli operatori locali e sulla ricerca scientifica, valutando le conseguenze dei traumi sulle abilità cognitive dei bambini rifugiati e sopravvissuti alla guerra e al genocidio. I primi risultati della ricerca, coordinata sul campo da Sandra Pellizzoni dell'Università di Trieste, sono stati già raccolti e sono stati pubblicati in una delle più prestigiose riviste internazionali di psicologia dello sviluppo.
Spiega Gian Matteo Apuzzo, coordinatore del progetto e delle attività in Iraq in questi giorni a Erbil: "Il problema nei campi di questi dimensioni e in cui i rifugiati stanno ormai da anni, non è solo quello di offrire un'istruzione: ci sono dei percorsi strutturati, ovviamente, e altri più informali ma in tutti le difficoltà di apprendimento e inclusione sono altissime. Il problema è come coinvolgere e come trattenere i bambini e soprattutto come rendere più strutturate e omogenee alcune attività di intervento specifico sui bambini, inserendole nei giorni di scuola e di formazione previsti nei campi. Le condizioni di vita sono difficili, la dispersione è altissima. La nostra attività ha evitato forme di intervento calato dall’alto e fuori contesto, ma si è sempre inserita nelle attività quotidiane, nel lavoro degli operatori e degli insegnanti, a stretto contatto con i bambini”.
Sandra Pellizzoni, ricercatrice in Psicologia dello Sviluppo presso l’ateneo giuliano, spiega come tutte le attività di valutazione e intervento psicologico siano state impostate sul gioco: "In condizioni d'apprendimento così particolari, se non compromesse, le attività ludiche restano la modalità più efficace e motivante per migliorare abilità fondamentali per lo sviluppo quali l’a ttenzione, la memoria e l’autocontrollo. Insegniamo agli operatori alcune semplici modalità per saper comprendere i comportamenti dei bambini, imparando a riconoscere i loro segnali di disagio, sofferenza e criticità di apprendimento. Cerchiamo di stimolare, attraverso specifiche attività, l’a pertura alle relazioni sociali, promuovendo la curiosità e il desiderio di imparare. La situazione che i bambini si trovano a vivere in questi contesti è molto delicata e l’intervento deve necessariamente tenere presenti elementi culturali, psicologici ed educativi proprio del contesto di rifermento”.
Durante la recente missione si è potuta anche valutare la situazione, e condividere possibili metodi di interventi con gli operatori locali, relativamente a bambini prescolari e scolari, molti dei quali sono nati proprio nei campi sfollati. A fine febbraio il Dipartimento di Scienze della Vita dell'Università di Trieste sarà di nuovo sul campo, per re-incontrare gli operatori formati, condividere le difficoltà e valutare l'efficacia delle attività implementate e sviluppare infine una formazione di “Play Terapy” attraverso la quale promuovere competenze di intervento su singoli casi di bambini più problematici.
“E' un progetto che punta a risultati a lungo termine – sottolinea Gian Matteo Apuzzo -, sia dal punto di vista della formazione che dal punto di vista della qualità dei risultati scientifici raccolti”. Grazie al lavoro in Iraq, e anche a quello in Turchia con i rifugiati siriani (sempre con finanziamenti della legge regionale 19/2000), il team dell’Università di Trieste ha sviluppato strumenti specifici di valutazione e intervento sul disturbo post traumatico (Post Traumatic Stress Disorder), con la supervisione del Prof. Agostini. Grazie al lavoro con i bambini yazidi e in questi contesti particolarmente critici, i risultati della ricerca coordinata da Sandra Pellizzoni si pongono tra i pochissimi contributi in letteratura internazionale che si occupano di alterazioni delle abilità cognitive in vittime sopravvissute a genocidio.